Carlo Chatrian

A personal blog of Festival del film Locarno's Artistic Director

La casa delle immagini

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BOMBAY VELVET by Anurag Kashyap

BOMBAY VELVET by Anurag Kashyap

Partiamo con i film della Piazza Grande: Ricki and the Flash racconta una storia straordinaria per il cinema americano, ovvero una madre che dopo aver lasciato la casa (la classica villa lussuosa) per un modesto appartamento per seguire una propria indipendenza, chiamata da una situazione di crisi ci fa ritorno e, seppure in punta di piedi, la abita con la sua persona, il suo look, il suo spirito. Una casa di famiglia, solida come la pietra, sta al centro del nuovo film di Philippe Le Guay, Floride. L’uomo che la abita (uno straordinario Jean Rochefort) appare invece fragile quanto la sua memoria; e quei muri sono forse il solo appiglio cui aggrapparsi… Un rifugio è la casa di Ibiza dove ha scelto di vivere il personaggio interpretato da Marthe Keller, protagonista di Amnesia di Barbet Schroeder. E una casa, seppure vista da fuori, in una sera d’inverno, è protagonista della sequenza, a mio avviso più bella, di La Vanité di Lionel Baier…

Le case, dunque. Un tempo erano i luoghi di espressione dell’autorità paterna e come tali sono state un obiettivo sensibile da parte di quel cinema che ha accompagnato la voglia di cambiare la società; oggi le case tornano come spazi carichi di affetto. Come non collegare questa idea al clima di incertezza che stiamo attraversando? Sullo sfondo delle tante case che popolano i film del programma – che vi lascerò scoprire – si agitano le immagini di quelle moltitudini che abbandonano la loro casa per mettersi in cammino. O anche più semplicemente di quelle persone che guardano con preoccupazione la loro casa, temendo di perderla dall’oggi al domani.

Superato dall’orgia di immagini in cui costantemente siamo immersi, il cinema non è più forse la casa del mondo; e tuttavia il mondo ha ancora un disperato bisogno di una casa. È Chantal Akerman a pronunciare la parola più chiara, al riguardo. Il suo No Home Movie è un film sulla fine di un rapporto
che diventa immagine della fine della casa. Esso è al contempo forse il miglior omaggio che si potesse fare alla casa come un luogo senza particolari qualità dotato però di un estremo valore affettivo. La casa è uno spazio di condivisione di un’emozione. Intesa in questo modo, la casa funziona un po’ come inquadratura, preleva una porzione di spazio (e di tempo) e le conferisce un valore particolare. Il cinema allora è forse la casa che ci manca per poter leggere questo presente così confuso. Casa del cinema è Locarno come ogni altro festival – anche se ogni direttore ha l’illusione che il “suo” festival sia una casa un po’ più accogliente delle altre, nel nostro caso un grande passo avanti avverrà quando la nuova “casa” sarà disponibile. Come ogni altro festival (beh forse non proprio come tutti), Locarno è il luogo in cui si preserva e si rinnova quell’incontro tra uno sguardo e una comunità, tra una storia condivisa e delle storie da scoprire. Di qui l’insistenza che ogni anno il programma del Festival dà alla sua parte di rilettura della storia del cinema con premi, omaggi, cicli. Non c’è casa senza focolare, quel luogo dove raccogliersi e ascoltare le storie che provengono dal mondo e finiscono per toccarci.

Histoire(s) du cinéma, che da quest’anno si allarga a inglobare tutti i programmi retrospettivi, è proprio quel focolare popolato dalle tante storie che abbiamo incontrato in un anno di lavoro che abbiamo deciso di condividere. Le storie di Locarno quest’anno portano i nomi di Marco Bellocchio e Michael Cimino, Marlen Khutsiev e Bulle Ogier, Edward Norton e Andy Garcia, Walter Murch e Georges Schwizgebel. A loro siamo grati per aver accolto il nostro invito.

Mi piace infine pensare che il regista meno legato all’idea di casa sia stato scelto come testimone di questo programma. Come sapete #Locarno68 dedica la sua retrospettiva a Sam Peckinpah, che quando ha filmato una casa, con The Osterman Weekend ne ha fatto il teatro di una guerra moderna!
Eppure i film di questo regista il cui nome evoca deserto e pistole, di fuorilegge e scazzottate sono diventati a loro modo una casa, nel senso che molte persone in tutto il mondo li hanno eletti a propria dimora. E credo che se Peckinpah ha così tanti ammiratori non è solo perché è uno straordinario regista ma perché al fondo dei suoi racconti palpita un sentimento di appartenenza che è alla base di ogni unione. Basta riguardare quella sequenza indimenticabile di Pat Garrett & Billy the Kid che sulle liriche di “Knocking on Heaven’s Door” descrive il saluto di una donna al suo compagno per farci capire che una casa è molto più di quattro mura.

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