Carlo Chatrian

A personal blog of Festival del film Locarno's Artistic Director


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In ricordo di Luca Ronconi

Non sono un uomo di teatro. Però con il teatro e grazie a un corso universitario un po’ diverso dagli altri è nata la scintilla che mi ha spinto a vedere gli spettacoli diversamente. Non solo o non più come il luogo di una recita – bella o brutta che sia – ma un’occasione di scoperta. Difficile dire quando precisamente questa cognizione è stata chiara; di certo però ricordo la visione dell’Orlando furioso come uno dei momenti di illuminazione. Vedendo le immagini di quello spettacolo, maestoso e leggero, nonostante il filtro della ripresa televisiva, l’idea che il teatro era altro da quel testo interpretato che da studente di provincia avevo conosciuto si è fatta strada in me. Capire che il teatro riguarda lo spazio, la messa in forma di un dato spazio non è senza rapporto con la passione che è nata, proprio in quegli anni, per un’altra forma d’arte che lavora a creare uno spazio altro. Prendere coscienza che prima della voce c’è il corpo che dà sostanza e sapore alle parole ha senza dubbio un rapporto con quel cinema “nouvelle vague”, capace di spazzare l’idea di sceneggiatura, salvo poi riprenderla in un’altra forma. Non è certo un caso che quando poi mi sono dedicato al cinema per chiudere il mio percorso di studi sia inciampato nel regista più teatrale della nouvelle vague, Jacques Rivette. La sua idea di “mise en scène” è fortemente debitrice di una nozione dello spazio affine a quella teatrale: la sua scena è sempre ridisegnata da due variabili distinte, i corpi degli attori e lo sguardo della macchina da presa.

Curioso ripensare a come il teatro – un certo tipo di teatro – mi ha indirizzato verso un certo tipo di cinema. E forse proprio oggi che piangiamo la scomparsa di Ronconi si fa chiaro il fatto che quel cinema è trascorso. Per sempre. I registi che lo facevano sono quasi tutti scomparsi. I figli della nouvelle vague, come i nuovi registi teatrali che pure lavorano nell’alveo di Ronconi (bisognerebbe usare il plurale) hanno un altro rapporto con la scena, con il teatro, con il testo. Per questo – mi viene da dire – bisogna tenersi cari i grandi creatori di quella stagione: per questo bisogna salutare come una felice ricorrenza ogni nuovo film di Jean-Luc Godard o di Manoel de Oliveira…

Pensare a Ronconi, in un modo estemporaneo e forzatamente provvisorio come quello dettato dalla sua scomparsa, aiuta però anche a riflettere su ciò che stiamo facendo – il che è sempre meglio che volgere un malinconico sguardo al passato. Proprio in questi giorni abbiamo svelato il programma di un evento – piccolo ma puntuto – che tocca la sua terza edizione e che si chiama “L’immagine e la parola”. Un evento nato come una finestra primaverile e che, come tale, cerca di dare una boccata d’aria fresca a uno dei matrimoni più impaludati, quello tra cinema e letteratura. Di qui ad esempio l’idea di invitare uno scrittore come Emmanuel Carrère, il cui ultimo libro esce nella traduzione italiana tra pochi giorni, a parlare di cinema: non tanto o solo della sua esperienza al cinema (Carrère ha scritto sceneggiature, firmato due film, scritto saggi e libri su registi…) ma di che cosa rappresenta il cinema nella sua pratica di scrittore.

Ecco allora che nel teatro di Ronconi, in quello che ho conosciuto poi durante la sua permanenza allo Stabile di Torino (ho visto sicuramente Misura per misura e Venezia salva) o che ho avuto modo di vedere su altri palcoscenici, le immagini stanno dentro le parole. Le immagini nutrono, infiammano e muovono, riempiono e svuotano i corpi che pronunciano le parole del testo. Il testo è l’alfa e l’omega, ma ciò che si sente vibrare sulla scena è il innanzitutto il corpo. In fondo è anche la presenza di un corpo ciò che caratterizza un festival di cinema. Oltre le proiezioni ci sono i corpi dei registi, degli attori e di chi come me si dà il compito di presentarli, difenderli, sostenerli. Non parliamo certo di un corpo teatrale, addestrato a una precisione che i comuni mortali nemmeno intuiscono, resta però l’idea della presenza. Essere davanti a una platea per consegnare qualcosa che, come nel caso del testo teatrale, oltrepassa l’attore, anche se ha bisogno della sua fragile presenza per manifestarsi. Se anche una briciola di questa alchimia si ritrova in una delle serate in Piazza grande o in un’altra sala meno grandiosa, il senso di un festival come Locarno è salvo.

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