Carlo Chatrian

A personal blog of Festival del film Locarno's Artistic Director


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In memory of Jacqueline Veuve

Jacqueline Veuve a Locarno nel 2008 con Un petit coin de paradis (Ici & Ailleurs).

Jacqueline Veuve in Locarno, 2008

The fact that the “Swiss documentary confederation” is now so diverse is undoubtedly due to its geographical and cultural position, which has enabled it to draw on the various tendencies that have informed the history of the genre. But a truly comprehensive analysis cannot overlook the role played by some of its founding fathers, who, right from the start, were able to look beyond national borders and develop a modern film language of their own yet also encouraged subsequent generations to follow their example. Amongst them, a special role should be acknowledged for a woman whose softly spoken manner belied a steely resolve and a very precise idea of what she wanted to do: Jacqueline Veuve.

Trained as an ethnologist, Jacqueline Veuve decided to collaborate with two scholars who, from the 1950s on, had been interested in the potential that lightweight film cameras offered to develop and clarify their research. After working with Jean Rouch in France and Richard Leacock in the United States, Jacqueline Veuve used these methods to explore her own country as a field for a unique series of investigations. Like her mentors, Jacqueline’s approach was extraordinarily adaptive, able to combine the distance needed to “understand” the subject in question but in a spirit of empathy that characterises modern film. Over the course of a long career, her filmmaking practice developed in parallel with that of technology, yet this never altered her bond of affection with the subjects she filmed. Whether dealing with the restricted circle of her own family or the wider one of Alpine culture, a social survey of a market village or the practice of wine growing and production that veers between the artisanal and the industrial, Veuve fashioned a unique vision of Switzerland in which Swiss audiences could find themselves reflected, and those audiences followed her every step of the way, eventually making her a well-known and well loved figure. The final sign of the affection in which she was held, and the importance of her role, was demonstrated at the Swiss Cinema Prizes awards night a month or so ago (which Jacqueline was unable to attend in person due to illness)).

Jacqueline Veuve’s story connects with that of the Locarno festival in two ways. It was at Locarno that she presented her first feature-length film in 1978, La mort du grand-père ou Le sommeil du juste, the portrait of a character who she continued to follow up until 2010 with C’était hier. Among the twelve films presented at Locarno, I have fond memories of La petite dame du Capitole (2006) a short dedicated to Lucienne Schnegg, a cashier at the “Capitole”, a historical cinema in Lausanne, and who also functions as its living memory. Portrayed in just a few vibrant sequences, Lucienne comes across both as a tenacious woman and a mirror image of Jacqueline herself. What stands out is the hands-on approach to a form of filmmaking that is often now considered from a more theoretical perspective. For Jacqueline making films meant getting out of the house and getting your hands dirty, never mind if it is only concerns the market next door. Making films meant having a meaningful encounter with a person, without hiding her own origins or mindset: she, a woman whose bourgeois background was far removed from that of Lucienne, was still able to engage in dialogue with her on an equal footing. Like Jacqueline, Lucienne is above all a fighter. A woman who lives in a masculine world and who does not fit the conventional female stereotype, dominant for most of the twentieth century, of the wife and mother. A woman who decided not to stay within the domestic sphere and who faces the opposite sex as an equal. Lucienne is, in the end, someone who believes in, and defends what she does with all her might. And the fact that this activity relates to the cinema is far from fortuitous. Public screenings was what the Jacqueline ultimately had in mind when she was making her films – a point it is important to underline because her films survived and resisted a period in which the documentary had no other fate than that of a TV broadcast. Conceiving of her films as made for the cinema meant prioritising the subtleties rather than the obvious when dealing with her subjects, and tone rather than emotional manipulation. Sensitive, never banal, notwithstanding a classical structure that relied on a scripted voice-over narrative, Jacqueline Veuve’s films did get seen in cinemas. And that is where the full richness of her vision of the world is found most completely.

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In ricordo di Jacqueline Veuve

Jacqueline Veuve a Locarno nel 2008 con Un petit coin de paradis (Ici & Ailleurs).

Jacqueline Veuve a Locarno nel 2008 con Un petit coin de paradis (Ici & Ailleurs).

Se la “confederazione svizzera del documentario” appare oggi un universo tanto variegato è senza dubbio in virtù della sua posizione geografica e culturale, che gli ha permesso di attingere alle varie correnti che hanno attraversato la storia del genere. Una corretta analisi non può però prescindere dal ruolo svolto da alcuni padri fondatori, capaci non solo di guardare fin da subito oltre i confini nazionali e poter elaborare in modo autonomo un linguaggio moderno ma anche di proseguire quest’attività invogliando le nuove leve a seguire il loro esempio. Tra questi un posto a parte spetta a una dolce signora dal piglio deciso e dalle idee molto chiare, Jacqueline Veuve.

Di formazione etnologa, Jacqueline Veuve decide di collaborare con due studiosi che, a partire dagli anni Cinquanta, si erano interessati alle potenzialità offerte dalle macchine da presa leggere per sviluppare e precisare le loro ricerche. Dopo le esperienze condotte in Francia con Jean Rouch e negli Stati Uniti con Richard Leacock, Jacqueline Veuve ha rivolto quel metodo verso il proprio paese, facendone il terreno di una singolare indagine. Come nel caso dei suoi maestri lo sguardo di Jacqueline è straordinariamente duttile e capace di abbinare la distanza necessaria a “comprendere” l’oggetto in questione a un afflato empatico che caratterizza il cinema moderno. Nel corso della lunga carriera, la sua prassi filmica si è evoluta in parallelo a quella delle
tecnologie, lasciando invariato però il rapporto d’affetto con i soggetti trattati. Che si tratti del cerchio ristretto della propria famiglia o di quello allargato della cultura alpina, di un’indagine sociale su un mercato di villaggio o della pratica vitivinicola che oscilla tra l’artigianale e l’industriale, Veuve ha dato forma a una singolare visione della Svizzera capace di rispecchiarsi naturalmente in un pubblico, che l’ha seguita passo dopo passo, fino a farne una della figure più note e amate. L’ultimo segno di questo affetto e dell’importanza del suo ruolo si è avuto circa un mese fa alla consegna dei premi del cinema svizzero (cui Jacqueline già provata dalla malattia non aveva potuto partecipare).

La storia di Jacqueline Veuve è legata a filo doppio con il festival di Locarno. Qui era stato presentato nel 1978 il suo primo lungometraggio, La mort du grand-père ou Le sommeil du juste, ritratto di una figura con cui si confronterà fino al 2010 con C’était hier. Tra i 12 lavori presentati a Locarno, mi piace ricordare La petite dame du Capitole (2006) un cortometraggio dedicato a Lucienne Schnegg, cassiera e memoria vivente di un cinema storico di Lausanne, il “Capitole” appunto. Raccontata attraverso poche vibranti sequenze, Lucienne è al contempo una donna resistente e uno specchio su cui Jacqueline si riflette. Innanzitutto viene fuori la manualità di un lavoro che oggi si ha la tendenza a considerare come puramente speculativo. Per Jacqueline fare cinema significa uscire di casa e sporcarsi i piedi nelle strade, poco importa se sono quelle del mercato sotto casa. Fare cinema significa andare incontro alle persone non nascondendo la propria origine e il proprio pensiero, una donna della borghesia distante dal
percorso di Lucienne e tuttavia capace di porsi in un dialogo paritario con lei.

Come Jacqueline Lucienne è soprattutto una combattente. Una donna che vive in un milieu maschile e che non rientra nel modello della femmina, madre/moglie, che ha segnato buona parte del XX secolo. Una donna che ha deciso di non stare rinchiusa tra le mura domestiche e che si confronta da pari con l’altro sesso. Lucienne è infine persona che crede nelle cose che fa e sa difenderle con tutta l’energia che ha in corpo. E il fatto che questa attività sia indirizzata verso la sala da cinema non è del tutto secondario. La sala di proiezione è il luogo cui Jacqueline pensa nel realizzare i suoi film – ed è importante sottolinearlo soprattutto perché i suoi film hanno attraversato e resistito ad un’epoca in cui il documentario non aveva altra sorte che il passaggio in Tv. Pensare il proprio film per il cinema significa porre l’accento sulle sfumature più che sull’evidenza di un soggetto, sulle tonalità più che sulla forza pura delle emozioni. Delicati, mai banali, nonostante una struttura classica che si appoggia su un discorso scritto per essere pronunciato, i film di Jacqueline Veuve vanno visti al cinema. E’ lì che la ricchezza della sua visione del modno viene fuori nel modo più completo.