Carlo Chatrian

A personal blog of Festival del film Locarno's Artistic Director


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In ricordo di Paulo Rocha

Paulo Rocha, répérages de A Ilha de Moraes (1984)

Paulo Rocha, répérages de A Ilha de Moraes (1984)

Roisan, 29 dicembre 2012. Ore 16,12

In questo giorno luccicante, dove la luce all’orizzonte tra neve e alberi promette viaggi e incontri, non posso non pensare al viaggiatore Paulo Rocha. Il più nipponico tra i registi portoghesi, epico e cosmogonico come i grandi poeti della sua nazione. Mi piace pensare che al luccichio di questo giorno concorrano alcuni frammenti del suo Rio do ouro.

Luis Miguel Cintra lo ha definito un orafo. E davvero vedendo i suoi film si ha l’impressione che racconti, realtà e attori fossero come oro tra le sue mani. Materia preziosa da plasmare ma anche da trattare con estremo rispetto. Lo stesso rispetto che Paulo Rocha ha avuto nel corso della sua carriera nei confronti della materia “cinema”. A ripercorrerli oggi – giocando con le distorsioni che una memoria appassionata inevitabilmente introduce – i suoi film sembrano percorrere un unico ininterrotto filo: tanto nel libero fluire di uno sguardo influenzato dalla nouvelle vague in Os verdes anos quanto nel procedere per quadri nell’epico A ilha dos amores, tanto nello sguardo magnetico della sua musa Isabel Ruth quanto nella chitarra di Carlos Paredes. Come un viaggiatore Paulo Rocha sapeva instillare nelle sue inquadrature il senso dell’inedito e questo a dispetto di un percorso che lo ha tenuto lontano dal riconoscimento – anche quello riservato  gli autori più estremi e rigorosi – quale lui era.

Manoel de Oliveira ha affermato che Rocha resta per il Portogallo il paradigma della modernità. Nutriti di cinema e letteratura, i suoi film resistono al tempo. Moderni senza dubbio, perché inscritti a quel pensiero che, a partire dagli anni 50, ha riformulato un rapporto con la realtà, ma anche e sempre inattuali. Ben prima del suo unico detour giapponese (che ha prodotto almeno tre film memorabili: a Ilha dos amores, A ilha de Moraes e O desejado), Rocha ha coltivato l’arte della distanza. Lo ha fatto quando ha preso un episodio di cronaca e ne ha tratto un opera intima e personale (Os verdes anos) e lo ha ribadito con un melodramma che vive tra barche e reti, tra influenze brasiliane e nipponiche (Mudar de vida). Anche i ritratti a cineasti amici – Oliveira o arquitecto e Shohei Imamura, le libre penseur, sorta di fratelli maggiori  – sono stati un modo più per prendere le distanze da se stesso che un percorso di adesione ad altre poetiche. Ma è nel film che ha dedicato alla sua terra, al fiume d’oro che attraversa la sua Porto, che l’inattualità di Rocha viene maggiormente alla luce. Così lo stesso Rocha descriveva il progetto: “Ci sono attori, sangue, gelosia. tradimenti, ma non è un dramma. C’è il paesaggio del Douro, barche, bruma, le stagioni dell’anno, ma non è un documentario. E’ lirico, talvolta epico, come un videoclip, una romanza popolare, o il canto di un trovatore con fogli volanti in vendita , di quelli che si udivano risalendo il fiume, nei battelli intorno agli anni ’40.”

A metà strada tra il musical e il melodramma italiano O rio do ouro resta un’opera magica. Un film tra i vari (ma non troppi ) realizzati da Paulo Rocha in cui il cinema – arte dello spazio che crea un tempo nuovo – si palesa e offre la sensazione che ci sia ancora un’isola da scoprire al prossimo stacco o alla fine di un movimento di macchina.

Paulo Rocha. Capuchos, 1977.

Paulo Rocha. Capuchos, 1977.

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Conferenza alla SUPSI: No borders

Il Corso di laurea Bachelor in Comunicazione visiva della SUPSI ha organizzato il 18 dicembre 2012 una conferenza intitolata “No borders”:

Abstract

L’identità del Festival del film Locarno è strettamente connessa all’idea di scoperta. Spesso però ci si ferma alla parola (così seducente) senza domandarsi cosa significhi. Scoprire può infatti essere il primo passo di un tentativo di appropriamento: l’esplorazione del territorio vergine (filmmaker, scuola di cinema, casa di produzione…) condurrebbe allora a nominarlo, a racchiuderlo in una definizione per poi poterla usare a piacimento. Se scoprire equivale svelare, togliendo quella patina di ignoto che ancora un film può avere, allora Locarno deve subito liberarsi da questa idea.

Il verbo però ha anche un significato riflessivo (scoprirsi) che invalida questa impronta colonizzatrice. Scoprire allude allora a una sana perdita di orpelli; questo invito ad una ricercata leggerezza con cui si può/deve mettere in viaggio bene rappresenta lo spirito con cui Locarno affronta il cinema contemporaneo. L’esperienza di vedere un film – quando questa è davvero tale – conduce ad uno scoprirsi un po’ meno sicuri delle proprie certezze, delle proprie categorie, del proprio modo di vedere il mondo.

Il cinema può essere un rivelatore delle correnti profonde del presente a patto che uno sguardo critico non le ingabbi in formule, riserve, definizioni. Di qui l’idea di proporre un breve viaggio attraverso un pugno di testi filmici che scompaginano questo pensiero dogmatico e normativo con cui l’industria del cinema ha sempre fatto i conti. Di fronte ad un sistema che promuove un prodotto per venderlo, e per fare ciò ha bisogno di sapere con certezza di che cosa si tratta, ci sono film indefinibili – film che scavalcano gli steccati e invalidano le frontiere. Schegge di immagini/suoni in movimento che si comportano come dei neutrini, tanto piccoli e leggeri da attraversare corpi senza essere rilevati, ma al contempo – nei casi fortunati in cui incappano in un oggetto che li incontra – capaci di liberare importanti pacchetti di energia.


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Travel journal #2: It’s all in the eyes.

Sometimes I like to think that the eyes of filmmakers, the way they look at you, offer clues to their films, and that by closely observing them it might be possible to make out something of the way they relate to others and the world around them. So, just for fun and with no claims whatsoever to any definitive judgement, I thought I’d characterise a set of images that have remained burned into my memory, as follows below. Maybe as a way of repaying some of the warmth and affection I encountered on my Latin American travels.

I’m on my way back from a transfer at Buenos Aires, loaded down with films to view and a whole heap of proposals. I’m returning without having been able to get a real feel for this polymorphous city that extends into the plain on the western estuary of the Rio de la Plata. I’ve seen hardly anything of the city that is divided into barrios, each of which has its own distinctive style and autonomy. As pampered guests of Ventana Sur, the impeccably organised Argentine Film Market, we were confined to the new and well-run district of Puerto Madero, and thus protected from the city’s siren calls. But a little of Buenos Aires still managed to get through to us via some of its residents. Like the crest of a wave rolling into the film market, Argentinean directors (and some who weren’t) tried to take us beyond the red walls of the papal (sic!) university hosting the event. Some, as if worried about being taken for producers or sales agents, preferred to hang out around the entrance, and thus pick up a few gringos on their way in. And I must say their methods certainly proved effective.

Manuel lives in Montevideo. He’s keen to point out that that his city, unlike BA, is on a hill and so always enjoys a cooling breeze. Maybe, in the fierce Argentinean heat here he finds solace in the memory of that gentle breeze. Sometimes he closes his eyes when talking. It’s just a momentary thing, hardly noticeable. But that gesture, accompanied by a slight nod of the head, adds to an impression of austerity about him. I have yet to see his film, but I imagine it is like its director: calm yet only superficially so, like a river with hidden currents roiling beneath its placid surface.

Guillermo is from Uruguay. Unlike Manuel he’s stocky in build, and modest in manner. His banjo eyes– if I remember correctly – are partially obscured by his tumbling locks and a pair of large-framed glasses. I met him one morning. First thing he did was to open a thermos and pour a little hot water into his cup to make mate tea. Between sips we talked about films and his new project, which I find hard to characterise.

Lisandro has dark eyes, small but incandescent. They’re like that all the time, regardless of the situation, and so give the impression that he’s interested in absolutely everything and everyone around him. Maybe that’s why, when he has to go filming, he likes to remove himself from the excitements of the city. Maybe that’s also why, when he’s shooting, he manages to capture hidden movements beneath what is apparently immobile in nature.

Like some of the characters in his films, Pablo has a childlike gaze. He’s one of those people who smiles through his eyes – which somehow gives a real sense of ease and calm to communications with him. When I look at him, it’s hard to reconcile this with the way his stories are so tied to urban experience, and feature people battling against life’s hardships. So I tell myself I should look harder. But he’d rather go dancing with his very beautiful partner in life and work. Good for him!

Santiago is tall. When he talks, he never looks you directly in the eye, creating a sense of distance between you. But in fact he has an innate affability about him. I have met him two or three times before, always only briefly. Thinking about the film he made a couple of years ago made me think that he, like his protagonist, must know how to play the charm game. And like all charmers he prefers to listen rather than to talk.

Ariel is clear-eyed, yet there’s a touch of nostalgia in his expression, something remote, or that somehow extends beyond his present interlocutor. This often makes our conversation feel like it’s happening on two different levels: one, in the here and now of the words, the other somewhere else, deep in thought. And so without even realising it, talking about past and future films, I find myself on the road again.


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Diario di viaggio #1: La mirada del sur.

A volte mi piace pensare che un film sia inscritto nello sguardo del suo autore e che, guardando con attenzione, si possano intuire alcuni segnali del suo modo di relazionarsi agli altri e al mondo. Così, come per gioco e senza pretesa alcuna di formulare giudizi, ho pensato di dare forma a un gruppo di immagini che sono rimaste inscritte nella memoria. Forse un modo per restituire un po’ di quel calore e affetto che ho ricevuto dai miei incontri sudamericani.

Rientro da una trasferta a Buenos Aires carico di film da vedere e di proposte. Rientro senza aver potuto cogliere l’atmosfera della città polimorfa che si estende sulla piana al lato del rio. Ho visto ben poco di questa città divisa in barri dotati di una forte autonomia, stilistica ed esistenziale. Confinati nel nuovo ed efficiente quartiere di Puerto Madero, ospiti coccolati dall’organizzazione impeccabile di Ventana Sur siamo stati protetti dal fascino della città. Un po’ di BA ci è arrivata però attraverso alcuni suoi abitanti. Come onde di un flusso che avvolgeva il mercato del film, registi argentini (e non) hanno cercato di portarci fuori dalle mura rossa dell’università pontificia (sic!) dove l’evento si svolgeva. Alcuni di loro, come preoccupati dall’idea di essere confusi con produttori o venditori, preferivano sostare nei pressi della porta d’ingresso. E cogliere al volo alcuni gringos. E devo dire che il metodo produceva i suoi effetti.

Manuel abita a Montevideo. Tiene a precisare che la città, a differenza di BA, sta su una collina ed è sempre attraversata da una brezza. Forse talvolta quella dolce aria gli ritorna in mente nel caldo argentino. Così accade che quando parla chiuda gli occhi. E’ un attimo. E può passare inosservato. Il gesto però, accompagnato da un leggero movimento del capo, aumenta il carattere ascetico del suo corpo. Devo ancora vedere il suo film, ma lo immagino come il suo autore: tranquillo ma solo in superficie, come un fiume che nasconde correnti.

Anche Guillermo è uruguagio. A differenza di Manuel ha un corpo massiccio e un fare pacioso. I suoi occhi chiari – se non sbaglio – sono come nascosti da un ciuffo di capelli e da occhiali con una robusta montatura. L’ho incontrato un mattino. Per prima cosa ha aperto il thermos e si è versato un po’ di acqua calda nella sua tazza per il mate. Tra un sorso e l’altro abbiamo parlato di cinema e del suo nuovo progetto, cui fatico a dare un volto.

Lisandro ha occhi scuri, piccoli ma sempre accesi. Brillano a prescindere dalla situazione e danno l’impressione che tutto e tutti lo interessi. Forse per questo ama allontanarsi dalla frenesia della città quando deve filmare. Forse per questo quando gira un film riesce a cogliere i movimenti sommersi di una natura apparentemente immobile.

Come alcuni dei suoi protagonisti, Pablo nasconde uno sguardo bambino. E’ una di quelle persone che riesce a sorridere con gli occhi – il che pone la comunicazione su un livello di grande serenità. Quando lo guardo, faccio fatica a pensare alle sue storie così legate a un vissuto urbano e a un’umanità in lotta con la vita. Così mi dico che dovrei osservare meglio. Lui però preferisce ballare con la sua bellissima compagna di vita e di lavoro. E fa bene!

Santiago è alto. Il suo sguardo non cade mai sull’interlocutore facendo sentire la distanza; anzi possiede un’innata dolcezza. L’ho incontrato due o tre volte in modo sempre breve. Pensando al film che ha realizzato un paio di anni fa mi è venuto in mente che, come il suo protagonista, anche lui molto probabilmente sa giocare molto bene sul modo della seduzione. E come tutti i seduttori preferisce ascoltare piuttosto che parlare.

Ariel ha uno sguardo cristallino. Nei suoi occhi, c’è un che di nostalgico, qualcosa che viene da lontano o che intende prolungarsi oltre il suo interlocutore. Questo fa sì che la conversazione avvenga spesso su due piani disgiunti: il qui delle parole e l’altrove del pensiero. E così senza accorgersene, parlando di film realizzati e progetti da realizzare, ti ritrovi in viaggio.