Carlo Chatrian

A personal blog of Festival del film Locarno's Artistic Director


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A ritroso

Chantal Akerman in Locarno. Photo by Sandro Baebler, agency: modds

Chantal Akerman in Locarno.
Photo by Sandro Baebler, agency: modds.fr

Guardo i volti che popolano l’ultima edizione del Festival. Sorridono, come è normale che sia. I festival sono luoghi di gioia, di festa. Oggi quelli quegli stessi sorrisi hanno una espressione diverse. Oggi, mi paiono come smorfie. E mi fanno paura. Oggi, non posso fare a meno di sovrapporvi il sorriso pallido ma sincero di Chantal, che dopo la proiezione del suo ultimo film, No Home Movie mi aveva chiesto «E’ andata bene, vero ?» e io le avevo risposto di sì. Ed era davvero andata bene. La grande sala del FEVI aveva accolto il film molto positivamente, un film talmente preciso e ostinato nel toccare certe corde, che per alcuni può essere difficile entrarci.

Oggi che lei non è più con noi, ripenso a quel momento di gioia e di condivisione, quando ha aggiunto: “Sono felice di essere qui”. Avrei dovuto superare la mia timidezza e abbracciarla. Peccato!
Resta il suo film.

Mi rimane l’immagine di quell’alberello che, solo nel deserto, resiste alle raffiche del vento: un’immagine che oggi mi travolge di tenerezza. Mi rimane la voce di Chantal, la sua voce roca e tuttavia così dolce, soprattutto quando parla con la madre attraverso lo schermo del computer. Mi rimane il suo pensiero che arriva come un fulmine (“Voglio parlare di come oggi non esista più la distanza”). Mi rimane la sua opera che parla, meglio di qualunque altra cosa, del mondo e delle immagini alla fine dell’era del cinema. No Home Movie, come tutti i film precedenti, è molto più di un film. È un’opera che apre le porte e immagina nuovi modi di mettere in scena l’eterna questione di cosa sia una presenza davanti alla macchina da presa. Di come dare un senso a questa presenza, che è soltanto un altro modo per dare senso all’esistenza.

Ripercorro gli appunti che ho preso sui suoi film. Il primo riguarda la sconvolgente scoperta di Jeanne Dielman (1975), un film che ha pochissimo da offrire (in termini di potenza delle immagini e anche della storia) ma ha un dono singolare: cresce molto velocemente dopo la visione. E ciò avviene per la maggior parte dei suoi film: una volta terminati, cominciano a lavorare dentro di noi.

Ritrovo una sua frase. “Il mio modo di filmare si avvicina più al sacro che all’idolatria. Dovrei spiegarmi meglio in merito, ma credo che non ci riuscirò mai”.

Ciò che mi colpisce di Chantal è proprio questa idea di mistero, che è il mistero dell’essere e precede ogni azione. Questo non è dovuto solo alla durata delle sue inquadrature che eccedono la misura della narrazione tradizionale. Le sue inquadrature interpellano, chiedono allo spettatore di non essere più un voyeur; chiedono partecipazione. Essere con le immagini. In Akerman l’immagine ha qualcosa di sacro perché è ancorata all’esistenza, perché travalica ciò che vediamo per raggiungere una zona a noi preziosa, proprio perché invisibile. Oggi invece la maggior parte delle immagini assomiglia ai vitelli d’oro della Bibbia. Idoli scintillanti ma vuoti.

Ecco perché Chantal ci manca già tantissimo.


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In retrospect

Chantal Akerman in Locarno. Photo by Sandro Baebler, agency: modds

Chantal Akerman in Locarno.
Photo by Sandro Baebler, agency: modds.fr

I think back to the faces of all those people attending the recent edition of the festival. Most of them are smiling. As it should be. Festivals are happy, celebratory occasions. But today those smiles seem shadowy. Scarily, more like grimaces.

Today, I can’t help but overlay them with Chantal’s slight yet so very genuine smile just after the screening of her last film, No Home Movie. She asked: “It went well didn’t it?” And I replied that it had. And it was true, the massive FEVI auditorium had responded well to her film, which is so powerfully hard-hitting that at times it can be difficult to get into.

Today, now that she is no longer with us, I think back to that moment of joy, of sharing, when she added, “I’m happy to be here”. I tell myself I should have overcome my shyness and embraced her. Shame on me!
But what remains with me is her film.

What remains with me is that image of the little tree, withstanding the buffeting wind, which fills me with a sudden tenderness. What remains with me is that gentle voice of hers, when she is talking to her mother via the computer screen. What remains with me is that lightning bolt remark, (“Today I want to talk about how these days there are no distances left in the world”). What remains with me is her body of work, which speaks so resonantly, and more than any other, about the world and about images at the end of the age of cinema. No Home Movie, like all her preceding films, opens doors and imagines new ways of dramatizing the eternal question of what a presence before the camera means. Of how to give meaning to that presence, which is a way of giving meaning to existence.

I look back through notes I made about her films. From the overwhelming discovery of Jeanne Dielman (1975), a film that offers very little (in terms of powerful images and its story) yet which is so singularly powerful: its impact growing so quickly after seeing it. That’s how it is with most of her films: it is only when they are over that they start working on us.

I find a note of something she said: “The way I film is closer to the sacred than to idolatry. I ought to be able to explain myself better in this respect, but I don’t think I ever will be.”

What strikes me in Chantal’s work is precisely that notion of mystery, the mystery of being. What we are shown might have something of the sacred about it because it is anchored in existence, because it goes beyond what we see to reach a zone that is so very precious to us precisely because it is invisible, whereas so much of what we see today is, like the biblical golden calf, resplendent but empty.

That is why the loss of Chantal is already such a great loss to us all.


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La casa delle immagini

BOMBAY VELVET by Anurag Kashyap

BOMBAY VELVET by Anurag Kashyap

Partiamo con i film della Piazza Grande: Ricki and the Flash racconta una storia straordinaria per il cinema americano, ovvero una madre che dopo aver lasciato la casa (la classica villa lussuosa) per un modesto appartamento per seguire una propria indipendenza, chiamata da una situazione di crisi ci fa ritorno e, seppure in punta di piedi, la abita con la sua persona, il suo look, il suo spirito. Una casa di famiglia, solida come la pietra, sta al centro del nuovo film di Philippe Le Guay, Floride. L’uomo che la abita (uno straordinario Jean Rochefort) appare invece fragile quanto la sua memoria; e quei muri sono forse il solo appiglio cui aggrapparsi… Un rifugio è la casa di Ibiza dove ha scelto di vivere il personaggio interpretato da Marthe Keller, protagonista di Amnesia di Barbet Schroeder. E una casa, seppure vista da fuori, in una sera d’inverno, è protagonista della sequenza, a mio avviso più bella, di La Vanité di Lionel Baier…

Le case, dunque. Un tempo erano i luoghi di espressione dell’autorità paterna e come tali sono state un obiettivo sensibile da parte di quel cinema che ha accompagnato la voglia di cambiare la società; oggi le case tornano come spazi carichi di affetto. Come non collegare questa idea al clima di incertezza che stiamo attraversando? Sullo sfondo delle tante case che popolano i film del programma – che vi lascerò scoprire – si agitano le immagini di quelle moltitudini che abbandonano la loro casa per mettersi in cammino. O anche più semplicemente di quelle persone che guardano con preoccupazione la loro casa, temendo di perderla dall’oggi al domani.

Superato dall’orgia di immagini in cui costantemente siamo immersi, il cinema non è più forse la casa del mondo; e tuttavia il mondo ha ancora un disperato bisogno di una casa. È Chantal Akerman a pronunciare la parola più chiara, al riguardo. Il suo No Home Movie è un film sulla fine di un rapporto
che diventa immagine della fine della casa. Esso è al contempo forse il miglior omaggio che si potesse fare alla casa come un luogo senza particolari qualità dotato però di un estremo valore affettivo. La casa è uno spazio di condivisione di un’emozione. Intesa in questo modo, la casa funziona un po’ come inquadratura, preleva una porzione di spazio (e di tempo) e le conferisce un valore particolare. Il cinema allora è forse la casa che ci manca per poter leggere questo presente così confuso. Casa del cinema è Locarno come ogni altro festival – anche se ogni direttore ha l’illusione che il “suo” festival sia una casa un po’ più accogliente delle altre, nel nostro caso un grande passo avanti avverrà quando la nuova “casa” sarà disponibile. Come ogni altro festival (beh forse non proprio come tutti), Locarno è il luogo in cui si preserva e si rinnova quell’incontro tra uno sguardo e una comunità, tra una storia condivisa e delle storie da scoprire. Di qui l’insistenza che ogni anno il programma del Festival dà alla sua parte di rilettura della storia del cinema con premi, omaggi, cicli. Non c’è casa senza focolare, quel luogo dove raccogliersi e ascoltare le storie che provengono dal mondo e finiscono per toccarci.

Histoire(s) du cinéma, che da quest’anno si allarga a inglobare tutti i programmi retrospettivi, è proprio quel focolare popolato dalle tante storie che abbiamo incontrato in un anno di lavoro che abbiamo deciso di condividere. Le storie di Locarno quest’anno portano i nomi di Marco Bellocchio e Michael Cimino, Marlen Khutsiev e Bulle Ogier, Edward Norton e Andy Garcia, Walter Murch e Georges Schwizgebel. A loro siamo grati per aver accolto il nostro invito.

Mi piace infine pensare che il regista meno legato all’idea di casa sia stato scelto come testimone di questo programma. Come sapete #Locarno68 dedica la sua retrospettiva a Sam Peckinpah, che quando ha filmato una casa, con The Osterman Weekend ne ha fatto il teatro di una guerra moderna!
Eppure i film di questo regista il cui nome evoca deserto e pistole, di fuorilegge e scazzottate sono diventati a loro modo una casa, nel senso che molte persone in tutto il mondo li hanno eletti a propria dimora. E credo che se Peckinpah ha così tanti ammiratori non è solo perché è uno straordinario regista ma perché al fondo dei suoi racconti palpita un sentimento di appartenenza che è alla base di ogni unione. Basta riguardare quella sequenza indimenticabile di Pat Garrett & Billy the Kid che sulle liriche di “Knocking on Heaven’s Door” descrive il saluto di una donna al suo compagno per farci capire che una casa è molto più di quattro mura.


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The home of images

BOMBAY VELVET by Anurag Kashyap

BOMBAY VELVET by Anurag Kashyap

Let’s start with the Piazza Grande films: Ricki and the Flash tells a story that is extraordinary for American cinema, to wit, a mother who, having abandoned the home (the classical luxury villa) for a modest apartment to pursue her independent dreams, returns when it is in crisis, and, even if walking
on eggshells, animates it with her personality, her look, her spirit. A family home, solid as a rock, is at the center of Philippe Le Guay’s new film, Floride. The man who lives there (an extraordinary performance by Jean Rochefort) seems, on the other hand, as fragile as his failing memory; and those walls are perhaps the only things he can hang onto… A home in Ibiza is where the protagonist of Barbet Schroeder’s Amnesia, played by Marthe Keller, takes refuge. And it is a home, even if only seen from the outside, on a winter evening, that features what to my mind is the most beautiful scene in Lionel Baier’s La Vanité

So, homes. Once they were in which sites expressed paternal authority was expressed, and as such were a notable target for that cinema movement which accompanied the desire to change society; now, today, the home has become an emotionally charged space. How can one not make the connection with the mood of uncertainty we are currently experiencing? Against the backdrop of the many homes that feature in the films in the program and in competition – there for you to discover – there are images of those multitudes who abandon their homes to take to the road. Or even more simply, those people who look anxiously at their homes, fearing to lose them from one day to the next.

Overtaken by the orgy of images in which we are constantly immersed, cinema may no longer be a home for the world; and yet the world still desperately needs a home. It is Chantal Akerman who most clearly articulates how this word can resonate. Her No Home Movie is a film about the end of a relationship that becomes an image of the end of a home. It is at the same time perhaps the finest tribute that can paid to a home as a place without any particular qualities yet endowed with enormous emotional value. Home is a space for sharing an emotion. In this sense, home functions to an extent as a frame, taking a portion of space, (and time) and confers a particular value upon it. So then film is perhaps the home we lack in terms of being able to read our very confusing present era.

Locarno is a home for film like every other festival – even if every director has the illusion that “his” festival is one that provides a more welcoming home than the others, and in our case a giant step forward will be taken when the new “home” becomes available. Like every other festival (well… maybe not really like all the others), Locarno is the place which preserves and renews that exchange between the gaze and a community, between a story that is shared and stories to be discovered. Hence our insistence that every year the Festival program gives due space to the re-reading of film history via awards, tributes, special programs. There is no home without a hearth, a place to come together, and listen to stories that come from all over the world and end up moving us deeply. Histoire(s) du cinéma, which this year expands to include all the retrospective programs, is precisely that hearth, full of the many stories we have encountered over a year’s work which we have decided to share with you. Locarno’s stories this year bear the names of Marco Bellocchio and Michael Cimino, Marlen Khutsiev and Bulle Ogier, Edward Norton and Andy Garcia, Walter Murch and Georges Schwizgebel. We are grateful to them for having accepted our invitation.

Finally, I like the thought that the filmmaker least likely to evoke the idea of home should be the subject of our major tribute within this program. As you know, #Locarno68 is devoting its retrospective to Sam Peckinpah, who, when he filmed a home, in The Osterman Weekend turned it into a theater of modern warfare! And yet the films of this director, whose name evokes deserts and guns, outlaws and punch-ups, have also become a home, in their own way, in the sense that many people all over the world have elected to make it theirs. And I believe that if Peckinpah has so many admirers it is not only because he is an extraordinary director but because at the heart of his stories there is a palpable feeling of belonging that is the basis for every union. One has only to watch that unforgettable sequence in Pat Garrett & Billy the Kid, accompanied by the lyrical “Knockin’on Heaven’s Door”, which depicts a woman’s farewell to her partner, for us to understand that home is far more than merely four walls.


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Das Haus der Filme

BOMBAY VELVET by Anurag Kashyap

BOMBAY VELVET by Anurag Kashyap

Beginnen wir mit den Filmen auf der Piazza Grande. Ricki and the Flash erzählt eine aussergewöhnliche amerikanische Geschichte. Eine Mutter verlässt auf der Suche nach Unabhängigkeit ihr Haus (die klassische Luxusvilla) und zieht in eine bescheidene Wohnung. Sie kehrt wegen einer Krisensituation zurück, und füllt – obschon auf Zehenspitzen – den Raum mit ihrem neuen Look und Lebensgefühl. Ein Familienhaus, solide wie ein Fels in der Brandung, steht im Zentrum des neuen Films von Philippe Le Guay, Floride. Sein Bewohner (ein ausserordentlicher Jean Rochefort) erscheint hingegen fragil wie sein Gedächnis; und diese Mauern sind vielleicht tatsächlich noch sein einziger Halt… Ein Zufluchtsort ist das Haus in Ibiza, wohin sich die von Marthe Keller verkörperte Hauptfigur in Barbet Schroeders Film Amnesia zurückgezogen hat. Ein weiteres Haus, nun an einem Winterabend von aussen betrachtet, steht im Mittelpunkt der für mich schönsten Sequenz in La Vanité von Lionel Baier…

Häuser, also. Früher waren sie der Ort, wo das Familienoberhaupt seine Autorität ausübte. In diesem Sinne wurden sie zu einem sensiblen Ort für ein Filmschaffen, das den Wunsch in sich trug, die gesellschaftliche Veränderung zu unterstützen. Heute feiern Häuser als emotionale Räume ein Comeback. Es liegt nahe, diesen Gedanken mit dem generellen Klima der Unsicherheit zu verbinden, das unsere Zeit prägt. Vor dem Hintergrund der vielen Häuser in den Filmen jagen sich die Bilder einer Vielzahl von Menschen, die ihr Haus verlassen und sich auf den Weg machen. Oder ganz einfach Bilder der zahllosen Personen, die besorgt ihre vier Wände betrachten, die sie von einem Tag auf den anderen verlieren könnten.

Seit wir einer stetigen Bilderflut ausgesetzt sind, ist das Kino vielleicht nicht mehr das Haus der Welt – die Welt braucht jedoch immer noch dringend ein Haus. Es ist Chantal Akerman, die dazu die richtigen Worte findet. In No Home Movie setzt sie das Ende einer Beziehung mit dem Ende eines Hauses gleich. Das ist gleichzeitig die vielleicht beste Reverenz, die man dem Haus als einem Ort ohne besondere Eigenschaften, aber mit einem sehr hohen emotionalen Wert, erweisen kann. Das Haus ist der Raum, in dem die Menschen ihre Gefühle teilen. In diesem Sinn funktioniert das Haus wie eine Kameraeinstellung: es isoliert eine Portion Raum (und Zeit) und verleiht ihr einen besonderen Wert. Das Kino wird so also doch zum Haus das uns fehlt, um diese konfuse Gegenwart entziffern zu können. Wie jedes andere Filmfestival ist auch Locarno ein Haus für das Kino – obwohl jeder Festivaldirektor und jede Festivaldirektorin die Illusion pflegt, «sein» oder «ihr» Festival sei das etwas gemütlichere Haus. Was Locarno angeht, wird uns die Fertigstellung der «Casa del Cinema» ein grosses Stück weiter bringen. Wie jedes andere Festival (na ja, vielleicht nicht gerade jedes!) ist Locarno ein Ort, wo die Begegnung zwischen einem Blick und einer Gemeinschaft, zwischen einer gemeinsamen Geschichte und vielen neuen Geschichten gepflegt wird und sich wandelt. Daher die Beharrlichkeit, mit der das Festival die Protagonisten der Filmgeschichte jedes Jahr in sein Programm einbindet – mit Auszeichnungen, Hommagen und Filmreihen.

Kein Haus ohne Herd, ohne diesen Ort des Beisammenseins, wo wir Geschichten aus aller Welt zuhören und uns von ihnen berühren lassen. Histoire(s) du cinéma – eine Sektion, die dieses Jahr wächst und alle Retrospektiven umfasst – ist unser Herd, der von den vielen Geschichten lebt, die wir ein Jahr lang gesammelt haben und nun mit dem Publikum teilen wollen. Die Geschichten, die wir dieses Jahr präsentieren dürfen, tragen die Namen von Marco Bellocchio und Michael Cimino, Marlen Khutsiev und Bulle Ogier, Edward Norton und Andy Garcia, Walter Murch und Georges Schwizgebel. Ihnen sind wir dankbar, unsere Einladung angenommen zu haben.

Ich liebe den Gedanken, dass ein Regisseur, der mit diesem Konzept des Hauses nur lose verbunden ist, in unserem Programm ganz vorne steht: die grosse Retrospektive des 68. Festival del film Locarno ist Sam Peckinpah gewidmet. Wenn er ein Haus filmte (so z.B. in Das Osterman-Weekend), wurde es zum Schauplatz eines modernen Krieges! Trotzdem: Die Filme Peckinpahs, dessen Name in uns Bilder von Wüste und von Revolvern, von Gesetzlosen und Schlägereien anklingen lässt, sind auf ihre Art und Weise zu einem Haus geworden, das viele Menschen als ihr Zuhause betrachten. Ich bin überzeugt, dass ihre Bewunderung für Peckinpah nicht nur der Tatsache zu verdanken ist, dass er ein hervorragender Regisseur ist. Denn in all seinen Erzählungen schwingt ein Gefühl der Zugehörigkeit mit, dass die Grundlage jeglicher Bindung darstellt. Es genügt, sich die unvergessliche Szene in Pat Garrett & Billy the Kid wieder anzusehen, in der sich eine Frau zu den Klängen von Knocking on Heaven’s Door von ihrem sterbenden Mann verabschiedet, um zu verstehen, dass ein Haus weit mehr als vier Wände bedeuten kann.